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Del male e dell'amore di Francesco Paolo Cinconze

Giulia ha sedici anni e viaggia da sola, portando con sé uno zaino, un sacco a pelo e un carillon che le è molto caro. Quando raggiunge l’istituto Delia Aneres, in un paesino nel cuore delle montagne umbre, trova un posto sicuro ma soprattutto degli amici. Uno di questi è Alessio, ragazzo dotato di un insolito talento.

Ma chi è veramente Giulia? Le informazioni sul suo passato sono poche e confuse. Che rapporto ha con i due uomini pericolosi i cui atti criminali sembrano convergere nella sua direzione? A chi appartiene la voce che solo in pochi riescono a sentire?

Del male e dell’amore è la storia di un mistero, un viaggio che guida il lettore all’interno di una dimensione onirica, in cui prodigi e mostri danno vita a un unico, complesso cantico segreto sull’amore e sul male che, inevitabilmente, ne consegue.

Formato 13 x 20 cm - pagine 328

ISBN: 9788894822106

Prezzo: 17,00 €

Rassegna stampa​​​

 

Chiara in Bookland del 21 agosto 2017

Thriller Nord del 9 novembre 2017

Addicted of books del 27 dicembre 2017

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L'autore Francesco Paolo Cinconze

Francesco Paolo Cinconze vive a Roma con la moglie e la figlia. Ama la lettura, le lunghe passeggiate e le storie, quelle che sanno coinvolgere, al di là del mezzo usato per narrarle.

Collabora con il portale Splattercontainer in qualità di redattore. I suoi racconti sono presenti nelle antologie Halloween all’italiana 2014 (Letteratura Horror), Delitti al sole (Giallo Club), La Serra Trema 2 (Dunwich Editore), Z di Zombie (Letteratura Horror). Ha pubblicato Gotico italiano (0111 Edizioni), una raccolta di racconti. Del male e dell’amore è il suo primo romanzo.

Intervista a Francesco Paolo Cinconze

Ciao, Francesco. Il tuo romanzo parla di Cantico, una dimensione molto particolare, ma non si limita a descrivere elementi onirici e fantastici: tratta anche di amicizia e di amore, in ogni loro sfumatura. Come mai hai deciso di affrontare queste tematiche?

Gli elementi fantastici di questa storia sono la trasfigurazione di un quotidiano straordinario e struggente, fondamentale e reale come l’amore, l’amicizia e la disgregazione che ne consegue proprio in virtù della loro forza e presenza. Cantico altro non è che il grandioso che si nasconde dietro le cose semplici e spesso inosservate, quelle che sfuggono agli occhi per via della distrazione perenne in cui viviamo. Tutti possiamo osservare un muro, un giardino o una donna seduta su una panchina. Solo chi è dotato di una attenta sensibilità riesce a vederne il disegno meraviglioso che in realtà rivelano. In definitiva questo è Cantico: la danza che si nasconde nel movimento. L’ispirazione tratta dal comune. La scelta di approfondire tematiche come amicizia, amore e sacrificio è stata dettata da quanto personalmente e in maniera forte stavo vivendo nel periodo in cui ho lavorato alla stesura di questo libro.

Nella storia è presente anche un personaggio carismatico che risponde al nome di Ottavio. In che modo ti è venuta l’idea per la sua creazione?

Ottavio è stato un personaggio stimolante da creare e far muovere all’interno di questa storia. È libero, feroce e dotato di quella giusta dose di dissacrante malumore. È il ragazzaccio che in fondo tutti noi almeno una volta nella vita saremmo voluti essere, inoltre non ha nessun tipo di impedimento culturale o morale per non esserlo. Di tutti i personaggi di questo romanzo – e mi accorgo che sono davvero tanti – Ottavio è quello che più di ogni altro è “scivolato” via dalle mie dita sulla tastiera con tanta di quella naturale facilità che… a volte mi dà davvero da pensare.

Giulia, la protagonista, possiede un carillon che le è stato donato quando era bambina. Che significato ha, per te, la presenza di questo oggetto nella storia?

Fondamentale. Mia mamma ne aveva uno simile, anzi credo che lo abbia ancora. Quando lo aprivi veniva su una ballerina proprio uguale a quella che descrivo nel romanzo. E anche quello suonava Per Elisa. Il suo ricordo lo associo alla mia infanzia felice.

Sei riuscito a creare un’atmosfera inquietante, dando comunque pennellate sempre eleganti. Un po’ come negli affreschi descritti nel libro. Come sei riuscito a immaginarli?

Semplice: viaggiano dentro Cantico. Dico sul serio. Non mi è mai mancata la fantasia e il senso dell’immagine. A volte vedo un volto e non riesco a togliermelo più dalla testa. Me ne innamoro letteralmente. Mi accade anche con l’ascolto di una voce o con il cogliere l’eleganza nascosta dietro a un movimento casuale. Il gioco poi sta nel sviluppare il tutto nella mia mente in un’immagine o in un contesto più ampio. Ci si può davvero perdere la testa.

A che genere di lettore consiglieresti il tuo romanzo?

A quelli che sanno viaggiare stando seduti o sdraiati con un libro in grembo. A quelli che amano i misteri e le tinte forti. Agli appassionati dell’horror, quelli che lo considerano un linguaggio e uno strumento e non un fine. Alle lettrici, soprattutto. A quelli che sanno lasciarsi prendere per mano e farsi condurre. A quelli che si sanno perdere in una storia che non sia la loro e alla fine magari ci si ritrovano. A quelli che cercano le emozioni tra le vicende, come si fa con i tartufi in un campo. A quelli che chiudendo un libro non hanno ancora smesso di viverci dentro.

Che ruolo ha la scrittura nella tua vita?

È il luogo più bello della mia anima. Lì non c’è incomprensione. Lì il silenzio è una scelta. Scrivere per me è sancire quello che provo e apprendo. Credo che sia uno degli strumenti più formidabili per raggiungere la perfezione di un momento. Chi scrive sa esattamente di cosa parlo. Scrivere è un totale e prolungato atto d’amore. (Su quest’ultima cosa Ottavio avrebbe da dire la sua, ma sarà meglio tacitarlo prima che guasti l’atmosfera).

Grazie Francesco per aver scelto La strada per Babilonia per la pubblicazione del tuo libro.